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Blog della rivista elettronica Crisi e conflitti.


Diario


9 luglio 2008

Labour in bancarotta : il sindacato non paga

 Non bastava la disfatta clamorosa alle elezioni comunali di maggio, un voltafaccia disonorante sul ritiro delle truppe in Iraq, una legge liberticida contestata persino dai conservatori, tassazioni imposte e poi revocate, dossier segreti lasciati in scompartimenti di treni, dischi memoria con milioni di dati riservati spariti nel nulla. All'anno nero del Labour mancava pure la minaccia di bancarotta fraudolenta, che fra pochi giorni potrebbe persino mandare in prigione il primo ministro Gordon Brown e altri dirigenti del partito.
Tutto nasce con lo scandalo scoppiato nel 2006, quando si scoprì che prima della campagna elettorale il Labour aveva ottenuto falsi prestiti per 14 milioni di sterline (allora 21 milioni di euro). Ora quei debiti stanno arrivando al pettine e il partito deve restituire entro il primo luglio quattro prestiti per 7,45 milioni di sterline. La cifra è rilevante, perché il Labour riceve in tutto annualmente 19 milioni di sterline. Ma la cifra non dice tutta la verità perché il debito totale del Labour, compresi interessi e altri prestiti non ancora contabilizzati, potrebbe aggirarsi sui 24 milioni di sterline. Il problema è che lo statuto del Labour, simile a quello di un piccolo circolo sportivo, come un club campagnolo di cricket, non protegge i suoi dirigenti dalla responsabilità diretta in caso di bancarotta. Ecco perché gli esponenti laburisti sono impegnati in un duplice tour de force, ma senza grandi probabilità di successo. Il primo è il tentativo di cambiare a tempo di record lo statuto del partito, ma mancano i tempi tecnici, perché per emendarlo e ratificare i cambiamenti bisogna indire un congresso generale e poi seguire l'iter burocratico.
Il secondo tentativo è politico: la dirigenza sta elemosinando un aiuto dai sindacati, le Trade Unions, perché ripianino il debito. La richiesta è di per sé problematica proprio perché a farla è il New Labour, dove l'accento va posto su New. Vale forse infatti la pena ricordare che il rapporto tra partito e sindacato è il nodo che differenzia le due grandi tradizioni del movimento operaio europeo. Nei socialismi latini, il soggetto egemone era il partito politico di cui il sindacato era considerato solo la «cinghia di trasmissione sociale», mentre invece nelle socialdemocrazie nordiche il soggetto principale era il sindacato di cui il partito era considerato solo la «cinghia di trasmissione politica». Ora la rottura con il «vecchio» Labour da parte del New Labour di Tony Blair e Gordon Brown consistette proprio nel tagliare il cordone ombelicale che per un secolo aveva legato Labour e Trade Unions. Questa rottura nasceva dalla constatazione del declino giudicato irreversibile del sindacalismo britannico cui Margaret Thatcher aveva inflitto una sconfitta irreparabile sgominando il lunghissimo sciopero dei minatori del carbone tra il marzo 1984 e il marzo 1985. Da quel momento la sindacalizzazione del paese non ha fatto che diminuire. I numeri evidenziano la drammaticità del declino: da 10,8 milioni di iscritti nel 1985 a 7,4 venti anni dopo, con una perdita di 3,4 milioni, un terzo del totale. E ancora non basta per rivelare tutta la gravità del crollo sindacale, poiché la perdita di iscritti è avvenuta quasi tutta nel settore privato, dove - eccezion fatta per qualche nicchia ancora protetta - ormai i sindacati sono quasi irrilevanti (solo il 16,6% dei dipendenti nel privato sono oggi sindacalizzati, meno di uno su sei), anche per la concomitante deindustrializzazione subita dalla Gran Bretagna dove gli occupati nell'industria manifatturiera sono nel frattempo passati da 4 milioni e mezzo a meno di 3 milioni. Le Unions si sono così essenzialmente ridotte a sindacati della funzione pubblica, dove il 60% circa è sindacalizzato (tre su cinque), con tutti i problemi che ne conseguono per l'identità stessa sindacale che rischia di appiattirsi a organismo del parastato.
Così, nella metà degli anni '90 il New Labour considerò che era tempo di allentare il rapporto col sindacato e di annodare nuovi, più stretti legami con la City, il mondo della finanza che nel frattempo stava diventando il settore trainante di tutta l'economia britannica. Non stupisce perciò se da allora le relazioni tra Trade Unions Council (Tuc) e Labour si sono parecchio raffreddate, anche se secondo il direttore di Prospect, David Goodhart, il peso delle Unions sul laburismo è ancora forte: porta a esempio le clausole protettive nei contratti di lavoro precario. Dopo undici anni di blairismo ideologico, l'idea quindi di mendicare soldi dal Tuc prende tutta l'aria di Enrico IV che va a Canossa col capo cosparso di cenere, senza per altro la prospettiva di ottenere gran che. Infatti alcuni dei più importanti sindacati del Tuc hanno posto all'ordine del giorno dei loro prossimi congressi una mozione per disaffiliarsi dal Labour Party: così hanno deciso Unison (potentissimo sindacato del settore pubblico), i Communications Workers Union e Gmb (630.000 iscritti, forte tra i dipendenti comunali). Se queste mozioni saranno votate, non solo il Labour non otterrà nessun aiuto ma sarà privato dei 4 milioni di sterline che gli iscritti a questi sindacati gli versano come contributo ogni anno (e che costituiscono più di un quinto del totale delle donazioni ricevute dal partito).
Come se tutto questo non bastasse, la minaccia di bancarotta per il Labour incombe nel peggiore momento possibile, quando la recessione si abbatte già sull'economia britannica, l'inflazione erode il potere d'acquisto e i sindacati devono far fronte a un drammatico degrado delle condizioni di vita dei propri iscritti. L'inflazione ufficiale sarà del 4% quest'anno, ma l'indice dei prezzi al dettaglio è del 4,3%. In realtà queste cifre edulcorano la gravità della situazione per gli strati più bassi della popolazione: le voci di alimentari, riscaldamento, bollette di energia e benzina pesano in proporzione molto più sul bilancio delle famiglie a reddito modesto che su quelle dello strato agiato, e quindi per l'oro l'inflazione è molto più pesante. Da dieci giorni a questa parte la stampa agita lo spauracchio di un clima anni '70 in cui l'inseguimento tra salari e costo della vita aveva messo in ginocchio l'economia (o almeno così racconta la vulgata dominante). Così recitava un titolo d'apertura del molto sussiegoso The Times: «Incombe una nuova era di scioperi, col costo della vita che s'impenna». E infatti i dirigenti sindacali ripetono all'unisono che «nessuno vuole vedere tornare gli anni '70» e però nel frattempo si lasciano aperti la possibilità di scioperare.
In questo clima, la questua del partito di governo apre un varco per il Tuc che nelle trattative di questi giorni pone condizioni politiche alla concessione di prestiti. In questa direzione vanno i rifiuti di aiuto finanziario già opposti da molti leader di federazioni sindacali: il braccio di ferro è iniziato. Da un lato, per la prima volta i sindacati dispongono di una leva, di un'arma rilevante nei confronti del governo; dall'altra il governo minaccia di usare la Banca centrale come deterrente se i sindacati avanzeranno esigenze «eccessive»: «Se voi volete aumenti salariali troppo forti, la Banca centrale alzerà i tassi d'interesse che faranno rallentare ancor più l'economia aumentando disoccupati ed erodendo ancor più il potere d'acquisto». Il problema è che il settore pubblico è anomalo perché, a differenza dell'industria dove gli aumenti salariali si ripercuotono subito sul prezzo dei beni prodotti, nel pubblico la crescita dei salari non si riflette automaticamente in un aumento dell'inflazione (visto che la maggior parte dei servizi erogati dai servizi pubblici sono gratuiti). Si riflette invece in un aumento del deficit pubblico, area in cui già ora il governo Brown è messo male perché ha sforato la soglia del 3% del Pil, e quindi il suo margine di manovra è ristretto. Per il momento i lavoratori pubblici sono meno protetti dall'inflazione dei loro omologhi nel privato: con l'inflazione al 4%, i salari in genere sono aumentati del 3,8%, ma quelli del settore pubblico sono cresciuti solo del 2,6% contro il 4,3% nell'industria privata.
«Ma le Unions sono impotenti» mi dice Jane Salice, una delle poche militanti a tempo pieno della sinistra inglese, attivista sindacale, ex professoressa di liceo ora in pensione, mentre parliamo a un tavolino all'aperto della Cafeteria della British Library, accanto alla stazione di King's Cross. «Gli infermieri hanno accettato un contratto capestro e quando gli si è proposto di scioperare, hanno rifiutato perché non se la sentivano, non potevano permettersi nemmeno di perdere un giorno di paga. Ma certo che se la crisi si aggrava, le cose cambieranno. La vita sta diventando insostenibile, non solo per la fascia sotto la soglia di povertà, ma per una gran massa di salariati»
Fatto sta che già lo scorso anno, il numero dei giorni scioperati è stato il più alto da un decennio a questa parte. E a maggio hanno già scioperato i camionisti delle raffinerie. E questo mese scioperano i ferrovieri. E lo stesso segretario generale di Unison, Dave Prentis, ha invocato la clausola di protezione da eccessiva inflazione e minacciato di disdire l'accordo triennale appena firmato dagli infermieri (che prevedeva aumenti del 2,75% nel primo anno, 2,54% il secondo e 2,5% il terzo). Un'ondata di scioperi nel settore pubblico sarebbe la mazzata finale per Gordon Brown che giovedì in una suppletiva ha subito la sconfitta più umiliante mai registrata dal Labour (che ha ottenuto appena il 5% dei voti ed è arrivato quinto dietro anche i verdi e i fascisti del Fronte nazionale). Ma si può scommettere che l'autunno sarà molto caldo in Gran Bretagna, e non solo per il Niño e l'effetto serra.

(Marco D'Eramo)


9 luglio 2008

Il negoziatore del Darfur

 

«Quello del Darfur non è un problema di carattere umanitario o militare, ma va affrontato alla radice. Bisogna risolvere l'insieme di cause che l'hanno prodotto. Solo così si arriverà a un vero negoziato». Così dice al manifesto Ahmad Mohammed Tugut Lisan, che ieri era a Roma per incontrare la comunità sudanese in Italia. Lisan, 40 anni, è il segretario politico del Movimento per l'uguaglianza e la giustizia (Jem), il principale gruppo armato fra i dieci che combattono il governo sudanese di Omar Bachir, ed anche il capo dei negoziatori, per la sua organizzazione, nella ricerca di una soluzione al conflitto del Darfur.
Un conflitto, quello in Darfur, ufficialmente scoppiato nel febbraio 2003, ma le cui avvisaglie si erano già avvertite nello scorcio del secolo scorso: negli scontri tra gli arabi ereghat e rizeygat e i neri zaghawa, prima, e fra gli arabi umm jullul e i contadini neri masalit, poi. Le etnie, però, sono un mero dato sociologico in una guerra fra poveri per l'accesso all'acqua e alle terre da pascolo: una guerra resa più acuta dalla carestia che, negli anni '80, ha colpito la regione, e dal processo di desertificazione che sta avanzando nella zona (che oggi comprende tre delle 26 regioni del Sudan attuale).
Un conflitto antico che, nella «casa dei fur» - la zona di insediamento storico dei contadini neri che rimase un regno indipendente fino al 1916 - trova origine nella dominazione coloniale, e non nelle questioni religiose. Gli oltre 6 milioni di abitanti della zona - suddivisi fra bianchi (di solito allevatori nomadi) e neri (soprattutto contadini) sono infatti tutti musulmani. Come pure è islamista il governo di Khartoum, che in questi anni ha favorito la minoranza di lingua araba a scapito delle popolazioni nere. «Il governo attuale - afferma Lisan - rappresenta solo una regione del Sudan, il nord, da cui provengono le persone che stanno dirigendo il paese. Ha escluso tutte le altre regioni dalla divisione del potere e dalla divisione del benessere. Il mancato sviluppo nelle altre regioni, in particolare nel Darfur, si deve a una politica razzista contro quelli che provengono dal Darfur, e che per la maggior parte sono discendenti di tribù africane, a differenza di chi fa parte del governo, che ha origine araba. Una politica che ha portato all'uccisione di migliaia di persone». Le cifre di un «genocidio» che, secondo molti osservatori, sarebbero state gonfiate per giustificare una retorica degli aiuti prevalentemente di marca Usa. Dice invece Lisan: «Secondo il governo i morti sono circa 10.000, le organizzazioni internazionali, sono intorno ai 200.000. Per il nostro censimento, oltre 400.000. Il governo attuale ha scatenato una guerra contro le popolazioni del Darfur e una politica di pulizia etnica, e commette crimini contro l'umanità». Una specie di apartheid creato, all'origine, dalla dominazione coloniale inglese che - come i belgi in Ruanda e Burundi - ha diviso un nord arabo e bianco, diretto dal Cairo in Egitto, da un sud nero africano che dipendeva da Nairobi, in Kenya, e che ha frantumato le mediazioni naturali fra le due zone. E anche se oggi - come dice Lisan - «sotto accusa per i massacri in Darfur sono soprattutto le milizie arabe janjaweed, usate da Khartoum», non è a un problema di arabi contro neri che si può ridurre la mattanza della regione: tantopiù che le milizie sono composte prevalentemente da criminali e mercenari provenienti dalle regioni centrafricane e dal Ciad, e che altrettanti attacchi vengono compiuti contro gli arabi da altre tribù non arabe.
«L'obiettivodel Jem - afferma Lisan - è invece quello di eliminare la marginalizzazione nelle altre regioni del Sudan, instaurare la democrazia e la giustizia sociale senza differenza di appartenenza e di religione». Con quali mezzi e con quali alleati? Il Jem è accusato di essere il grimaldello di Washington per scardinare il predominio Cinese sulle risorse del Sudan. Nel Darfur - dove viene prodotto l'80% della gomma arabica mondiale - non c'è petrolio, ma scorre una riserva d'acqua che va dalla Libia al Nilo ed è in programma un oleodotto altrettanto strategico che fa gola agli usa. E l'arsenale delle guerriglie comprende armi di ottimo calibro e anche telefoni satellitari. Come mai? «Il nostro è un movimento autonomo - s'indigna Lisan - le armi le prendiamo al governo sudanese, che viene rifornito dai cinesi. Lo scorso maggio siamo arrivati a un passo dal conquistare la capitale e ci siamo abbondantemente riforniti». E da allora, a che punto sono le trattative? Risponde il mediatore: «Noi vogliamo un dialogo vero e costruttivo con l'insieme della comunità internazionale per portare tutte le parti a un tavolo di negoziato e risolvere le vere cause del conflitto, ma a partire da casa nostra, non da fuori. I problemi del Darfur non si risolvono con le missioni Onu, che al massimo servono a proteggere i campi profughi nella regione e fuori, ma non a far sì che non si producano più sfollati, affamati e profughi». Nelle vostre fila - chiediamo a Lisan - ci sono due personalità di spicco che hanno fatto parte dei passati governi sudanesi: Ibrahim Khalil, capo del Jem, e il veccho Tourabi: «Ibrahim Khalil, il presidente del nostro movimento - s'inalbera Lisan - ha avuto solo una carica regionale, che ha lasciato proprio a causa della sua posizione sul Darfur. È uscito dal governoprima che Tourabi litigasse con l'attuale presidente Bachir. E Tourabi non ha niente a che vedere col Jem». Anche se viene arrestato dopo ogni azione armata del Jem? Per Lisan, è «una manovra del governo per screditarci presso i nostri sostenitori e a livello internazionale. Non vogliamo uno stato islamico. Nel Jem le donne contano. Teniamo alla questione di genere».


8 luglio 2008

E' ora che la Cina entri nel G8 ?

 

Hanno parlato di tutto, gli 8 grandi. E all'apparenza sono tutti d'accordo, anche se invece del comunicato congiunto si ricorre di nuovo alla cosiddetta «sintesi della presidenza», espediente per affermare i principi e evitare di assumere impegni.
Tutti d'accordo sullo Zimbawe, dunque. La condanna al regime di Mugabe è netta: «La comunità internazionale non può riconoscere la legittimità del nuovo governo». Ma sul che fare regna la confusione. Via libera all'iniziativa (già quasi fallita) di alcuni stati africani, ma poi se ne dovrà parlare al Consiglio di sicurezza. Sanzioni? Si, no, forse. Il nostro ministro Franco Frattini ondeggia: giovedì escludeva il ricorso alle sanzioni («colpiscono solo il popolo»), ieri aveva già cambiato idea: «Tutte le opzioni sono aperte». Poi, in chiusura, un guizzo: «Mi farò parte attiva per sollecitare una forte presa di posizione europea - dice ai giornalisti - ritiriamo tutti gli ambasciatori dallo Zimbawbe, non possiamo con la nostra presenza rischiare di legittimare il nuovo governo».
Un guizzo l'ha avuto anche il collega giapponese Komura, quando ha tentato per l'ennesima volta di imporre all'attenzione del mondo la triste vicenda dei desaparicidos giapponesi. Una vicenda terribile, che merita rispetto e solidarietà per le vittime e i loro parenti, ma che di fronte all'evidente e apparentemente irreversibile «svolta» nella vicenda nordcoreana, frutto dello storico accordo a sei siglato a Pechino, non supera il livello di questione bilaterali. Dopo aver tenuto in ostaggio i colloqui a sei, insistendo affinché la vicenda fosse inserita nel testo finale, i giapponesi si sono dovuti rassegnare. A parte le solidarietà del presidente Bush e del segretario di Stato Usa Rice, la vicenda è stata definitivamente derubricata e la Corea del Nord, ottemperato agli impegni assunti nell'accordo, verrà riammessa nella comunità internazionale e entro 45 giorni sarà cancellata dall'elenco dei paesi «canaglia». Il Giappone ubbidisce ma non capisce, gli editoriali locali sono indignati, con gli Usa e in genere con la comunità internazionale.
I nordcoreani nel frattempo si divertono a giocare a rimpiattino con la Cnn. Prima la invitano (a pagamento) a trasmettere in diretta la distruzione della torre di raffreddamentto di Yongbion, simbolo della potenzialità nucleare del Nord, poi fanno brillare la centrale all'improvviso, senza la diretta. Ma ormai Bush ha parlato di «passo avanti» e di cancellazione dagli elenchi dei «cattivi». Non manca che la realizzazione del sogno che Condoleezza Rice espresse qualche mese fa («vorrei tanto suonare il piano a Pyong Yang», disse). Dovrà chiedere il visto all'astro nascente della politica mondiale, la Cina, che ha sovrastato - sia pure non invitata - gli 8 grandi, incassando il successo del negoziato coreano e riuscendo a evitare di far parlare del Tibet. E' ora di farla entrare formalmente nel G8, o di abolirlo. Come ha proposto, ieri a Tokyo, Michael Hardt.

(Pio D'Emilia)


8 luglio 2008

La svolta tra Usa e Corea

 

Hanno fatto il giro del mondo le immagini della demolizione della torre di raffreddamento del reattore nucleare di Yongbyon, in Repubblica popolare di Corea: le autorità nordcoreane hanno invitato le grandi reti televisive del mondo intero a filmare l'evento, che dovrebbe testimoniare dell'impegno a disarmare il loro programma nucleare.
Invito raro, per un regime di solito restìo a mostrarsi al mondo. Discende direttamente dall'annuncio della vigilia: giovedì il governo di Pyongyang ha consegnato a Pechino una dichiarazione completa delle sue attività nucleari, come previsto nell'ambito dei negoziati a sei parti per il disarmo nucleare della penisola coreana (le parti sono le due Coree, Cina, Stati uniti, Giappone e Russia). Poche ore dopo, il presidente George W. Bush ha annunciato che toglierà la Corea del nord dalla sua lista di stati «sponsor del terrorismo» e con cui è vietato commerciale (secondo la «Trade with enemy Act», che ora si applica dunque solo a Cuba). La Corea del Nord insomma è uscita dal vecchio «asse del male».
Per la verità, l'impianto di Yongbyong il reattore principale dell'impianto era già in via di smantellamento. Quella che abbiamo visto alla tv è dunque una scena teatrale? «Non direi. Quell'esplosione segna la fine del principale impianto di produzione di plutonio di cui disponeva la Corea del Nord», risponde Maurizio Martellini, fisico nucleare ed esperto del Landau network, che conosce da vicino la storia dei negoziati internazionali con Pyongyang. «Certo, c'è una certa mediaticità in quelle immagini, ma sono un segnale importante. E' anche vero che la torre può essere ricostruita con facilità, ma il punto è che il reattore è in via di smantellamento: è ciò che conta».
Riassumiamo. L'impianto di Yongbyon è composto da tre parti: un reattore sperimentale da 5 megawatt («da cui stanno togliendo le barre di combustibile»), l'impianto di riprocessamento, un reattore tipo Magnox, cioè quello in cui viene effettivamente prodotto il plutonio, e l'impianto di fabbricazione delle barre di combustibile nucleare. La Corea del nord ha accettato di smantellare il tutto. «Preciso: smantellare, non distruggere. In teoria le autorità nordcoreane potrebbero rimettere insieme i pezzi, anche se in pratica la cosa richiede un certo tempo. Secondo gli accordi, distruggere in modo irreversibile gli impianti di produzione del plutonio sarà l'oggetto di un'ulteriore fase dei negoziati».
I negoziati di cui stiamo parlando sono quelli cominciati con fatica nel 2005, cioè due anni dopo che la Corea del nord aveva rotto con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, costretta a ritirare i suoi ispettori e le sue telecamere di controllo dall'impianto di Yongbyon. Nel settembre 2005 la prima svolta negoziale, molto voluta dalla Cina: le sei parti firmano un accordo per la «denuclearizzazione della penisola di Corea» (in cui si sono due stati che non hanno mai firmato un vero trattato di pace dopo la guerra degli anni '50). Pyongyang si impegna ad «abbandonare tutte le armi nucleari e i programmi atomici esistenti»; in cambio, si sarebbe discusso di fornirle due reattori civili, del tipo Lwr (ad «acqua leggera») per produrre energia.
Le cose sono andate a rilento da allora, non ultimo perchè nel frattempo gli Stati uniti avevano bloccato i beni nordcoreani in una banca di Macao. Nel febbraio 2007 la seconda «svolta»: la Corea del Nord accetta di fermare il reattore di Yongbyon in cambio di una prima fornitura di 50mila tonnellate di carburante (Heavy fuel oil, Hfo). Poi nell'ottobre 2007 un'ulteriore «svolta»: Pyongyang accetta di smantellare l'intero impianto di Yongbyong e fornire tutte le informazioni relative (è la «fase due»), in cambio di forniture di carburante (in totale dovrà ricevere 1 milione di tonnellate di Hfo equivalente), e della promessa di uscire dalla lista dei «paesi canaglia».
Tutto procede come previsto, a quanto pare. Restano parecchie domande, però. La prima, e principale: perché l'amministrazione Bush ha così clamorosamente cambiato atteggiamento verso la Corea del Nord? Infatti all'inizio del negoziato, nel 2005, la linea era tutto o niente: o Pyongyang accetta come precondizione di rinunciare al suo programma atomico, o non si tratta neppure (proprio quello che oggi l'amministrazione Bush dice all'Iran, ndr). In seguito però il Dipartimento di stato Usa, con la segretaria Condoleezza Rice e il suo negoziatore per la Corea, Christopher Hill, hanno adottato la politica detta «action for action», una cosa in cambio di un'altra, passo per passo.
«Cosa li ha spinti a cambiare registro? Ci sono di sicuro elementi che il mondo non conosce, ma possiamo fare qualche ipotesi», risponde Martellini. «Primo: la Corea del Nord è un paese isolato, povero e con un'economia fragile, ma ha un forte protettore nella Cina. E Pechino ha investito molto nel negoziato coreano: l'amministrazione Bush, se avesse mantenuto la sua linea di non dialogo, si sarebbe trovata in rotta di collisione con la Cina. Secondo elemento: il test nucleare dell'ottobre 2006. In effetti è solo dopo quel test che Washington ha cambiato atteggiamento». Il test nucleare nordcoreano in effetti è stato a lungo soppesato dagli esperti, certamente ha presentato dei problemi tecnici (l'esplosione non ha raggiunto un kilotone), ma ha comunque dimostrato che Pyongyang ha raggiunto una capacità militare. E con questo,le regole del gioco sono cambiate. (Pare alla fine del 2006 la decisione di cambiare approccio sia stata sollecitata da Rice al presidente Bush tagliando fuori le altre agenzie, a partire dal Pentagono).
Gli esperti, e soprattutto i critici di questa strategia di negoziato, fanno notare che molti problemi restano aperti: quanto plutonio ha la Corea del nord, quali meccanismi per verificare lo smantellamento degli impianti? «Secondo le stime dell'intelligence americana, quando si è insediata la prima amministrazione Bush i nordcoreani avevano plutonio necessario a due o tre bombe», spiega Martellini: «Dopo aver cacciato l'Aiea, hanno accelerato e ora potrebbero averne abbastanza per farne tra 6 e 10. Certo, dipende da quanto "puro" è il plutonio. In ogni caso, l'intelligence Usa faceva stime tra 40 e 60 chili; ora si conferma la stima più bassa, già in novembre Pyongyang aveva dichiarato di averne 37 chili». Le verifiche? «Non sono un vero problema. I nordcoreani hanno acconsentito a controlli abbastanza intrusivi, e poi prima o poi torneranno gli ispettori dell'Aiea».
I critici dell'amministrazione Bush sottolineano però che tutto questo riguarda solo l'impianto di Yongbyong: nessun obbligo è stato imposto alla Corea del nord riguardo ad altri impianti, quelli in cui presumibilmente ha prodotto gli ordigni atomici. Né è stato chiarito il punto della «proliferazione» (hanno dato o no conoscenze nucleari alla Siria?), e neppure quello dell'uranio arricchito: nel 2002 l'amministrazione Bush aveva rotto il dialogo con la Corea del nord accusandola di aver violato gli accordi del 1994 e aver segretamente cominciato ad arricchire uranio (molti esperti lo considerano un tragico errore: ha permesso a Pyongyang di sottrarsi a ogni controllo per anni). «Sì, queste sono le accuse dei falchi», commenta martellini: «Ma la cosa importante, per la non-proliferazione, è che gli impianti di produzione di plutonio, cioè del materiale bombabile, siano smantellati. Il resto verrà dopo, sarà oggetto di misure di "costruzione della fiducia", di vincoli politici: è quella che si chiama "diplomazia nucleare", ed è la via migliore».

(Marina Forti)


8 luglio 2008

Greggio alle stelle, mercati in panne e nessuna politica

 

L'economia mondiale è entrata in una situazione in cui l'aumento dei prezzi del greggio e delle derrate alimentari si congiunge alla deflazione finanziaria, alimentandola, e accrescendo l'incertezza riguardo i rendimenti futuri.
Alcune settimane fa Mario Draghi affermò che, sebbene non si potesse ancora parlare di ritorno alla normalità, i segnali provenienti dai mercati dei capitali mostravano che il contagio era stato scongiurato. Le affermazioni del Governatore della Banca d'Italia, nonchè presidente del Financial Stability Forum, dimostrano che lo stato di non conoscenza è tale da prendere ogni dichiarazione di chi ha informazioni da noi inaccessibili con tonnellate di sale. L'impossibilità di scrutare tempi più lunghi rafforza le incertezze. Infatti accanto alla crescita dei prezzi petroliferi è ripresa la caduta delle borse. Le costanti iniezioni di denaro da parte della banche centrali non hanno dissipato le nubi riguardanti la capacità di ricapitalizzazione delle banche e di altri istituti finanziari.
Nella misura in cui aumentano le aspettative inflazionistiche diminuiscono le prospettive riguardo la stabilità delle banche e delle società finanziarie. In particolare si prevedono ulteriori perdite e tagli ai dividendi, cosa che comporta delle perdite nei valori azionari delle società nel settore.
A ciò si aggiunge la valutazione negativa verso molte aziende produttrici di beni durevoli per via della debole domanda proveniente dai consumatori. Già affievolita dalla crisi del mercato del subprime, tale domanda viene ulteriormente colpita dall'aumento dei prezzi. Per questo a Wall Street hanno ceduto anche i titoli del settore automobilistico e dell'elettronica di consumo.
Il panorama è quindi quello di un sommarsi di aspettative pessimistiche sia sul piano finanziario che su quello reale senza poter individuare possibilità di sbloccare la situazione. In altri termini stanno scomparendo gli spazi per attuare delle politiche economiche positive. L'unica effettivamente possibile è quella, non proprio edificante, di sostenere il rischio morale attraverso le continue iniezioni di liquidità internazionale da parte delle banche centrali.
Nessuno oggi perora un rilancio salariale, nemmeno i sindacati, per cui la domanda non potrà che stagnare. In questo contesto bisogna apertamente riconoscere lo stato di agonia in cui si trova la politica economica. Lo spazio è però coperto dalle diverse componenti del capitalismo. In Europa, ad esempio, si sta chiaramente manifestando una strategia tedesca fondata sull'attanagliamento della Ue quale fonte principale del surplus con l'estero.
E in Italia? I discorsi sulla necessità della crescita sono pura demagogia e non hanno alcuna base nella realtà economica e sociale italiana e neanche in quella europea. Nelle condizioni attuali invece di riporre le speranze nella chimera di una rinnovata crescita sarebbe più utile discutere di altre modalità economico-sociali.


8 luglio 2008

Per una nuova unità della sinistra ?

 

«C'è un compito politico che ci impone, nel tempo medio, di chiudere il dopo '89. Che vuol dire superare la dispora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti». Il senso della proposta di Mario Tronti all'Assemblea del Crs di ieri e ai molti ospiti eccellenti presenti in rappresentanza dei vari spezzoni della sinistra, da D'Alema a Bettini, da Mussi a Alfonso Gianni a Cuperlo, si può sintetizzare in questa citazione. E' una proposta politica, che «nel tempo medio» comporta una ristrutturazione del campo, oltre quella divaricazione fra un partito di centrosinistra moderato e un'aggregazione della sinistra radicale che è l'esito attuale del processo iniziato con la svolta del Pci dell'89. Ma è anche una proposta culturale, che fin da subito comporta una tematizzazione di lungo periodo della crisi della sinistra tutt'intera nel contesto storico e internazionale, e uno scatto antidepressivo per uscirne. Malgrado la sconfitta infatti, sostiene Tronti, «questo è un momento favorevole, perché c'è un cambio di fase» che domanda iniziativa. Si è esaurito il ciclo neoliberista, avviato dalla Trilateral nel '73, proseguito con Thatcher e Reagan negli anni 80, con la globalizzazione selvaggia nei '90 e con la rivoluzione conservatrice dei neocons negli Usa di Bush jr. E si è esaurito anche l'esperimento della «terza via» blairiana, «tentativo subalterno» delle sinistre occidentali di competere con l'egemonia liberista facendosi centro. Sul campo, fra le macerie, resta l'esigenza di ricostruire «una sinistra moderna, autonoma, critica, autorevole, popolare» che contrasti la destra «democratica e illiberale», non fascista o autoritaria, sedimentatasi in Italia dal '94 a oggi. Come, Tronti l''aveva già scritto nelle «Undici tesi dopo lo tsunami» del Crs (www.centroriformastato.it) e lo riarticola di fronte all'Assemblea: rilanciando il primato della politica sulla società, puntando cioè a «fare società con la politica» e non a rincorrere populisticamente gli umori e le viscere del sociale, convincedosi che è solo con «l'organizzazione del conflitto sociale, della lotta politica, della battaglia culturale» che si può di nuovo conoscere quella società che il risultato elettorale ci consegna opaca e distante. E ancora: ricostruendo delle elite politiche, contro il populismo di destra e la dequalificazione del ceto politico di destra e di sinistra; riformando rappresentanza e decisione, contro la deriva presidenzialista; associando alla «guerra di posizione» nello scenario nazionale stagnante una «guerra di movimento» nello scenario mondiale in trasformazione.
Resta aperta, per Tronti, l'alternativa tra fare «un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra». Che non è, s'intende, un gioco di parole. L'una e l'altra ipotesi, del resto, sono appunto da «tempo medio» e non sono realisticamente a portata di mano oggi o domani mattina: D'Alema sosterrà che la strada del Pd, «grande partito riformista di centro sinistra», è tracciata, Cuperlo che «la sua implosione sarebbe oggi un danno drammatico», ma entrambi insisteranno su una politica di alleanze a sinistra che archivi le velleità di autosufficienza del Pd, di cui Goffredo Bettini archivia peraltro qualcosa di più, la rincorsa della destra sulla «inciviltà» del mercato senza politica. Prevedibilmente, d'altro canto, risposte positive alla traccia di Tronti arrivano da Mussi e da Alfonso Gianni. Ma aldilà, o forse al di qua, dei passi politici più o meno cauti e felpati, incerti o paralizzati, qualcosa si mette finalmente in moto, e secondo linee non scontate, nella discussione del dopo-sconfitta, se è vero che, come sintetizza Cuperlo, la giornata mette sul tavolo «questioni che da anni abbiamo scelto colpevolmente di rimuovere». E restituisce, come dice Beppe Vacca proponendo un seguito della discussione, «una dimensione temporale, storica e teorica dei problemi che nessuna sede politica da sola è in grado di ordinare». Questione di cultura politica, prima che di agenda politica. Senza la quale, denuncia Alfredo Reichlin, il Pd, nel quale lui pure continua a credere, non fa «il salto di qualità» necessario a uscire dallo «spiazzamento» che lo accomuna alla sinistra europea. Manca qualcosa? Sì, dice Aldo Bonomi, un'analisi sociale della «fabbrica a cielo aperto» che ridisloca sul territorio glocal il conflitto capitale-lavoro. E certo, uno sguardo capace di uscire dal campo limitato del ceto politico della transizione, e di imparare qualcosa dalle esperienze di movimento che - vecchio vizio di partito - tutti oggi, da D'Alema a Bertinotti allo stesso Tronti, trascinano nell'orbita della sconfitta. Ma l'aria riprende a circolare. Non è poco.


7 luglio 2008

Come ti schedo i rom alla faccia dell'Europa (cuor di leone)

 

Dopo la bocciatura del Garante della privacy arriva anche il monito di Bruxelles contraria alla schedatura di massa dei bambini rom, con relativa impronta digitale, proposta dal ministro Maroni. La Commissione europea non commenta ufficialmente quello che al momento, dice, sono ancora «dichiarazioni» di politici. Tuttavia, replicando alle domande di alcuni giornalisti, Pietro Petrucci, portavoce del commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot, annuncia che la schedatura non è comunque possibile secondo le regole Ue e che «non è mai accaduto finora in uno Stato membro». Contrario anche il Consiglio d'Europa. «Sono molto preoccupato - ha fatto sapere Thomas Hammarberg, che del Consiglio è il commissario ai diritti umani - questi sono metodi che richiamano misure prese nel passato e che hanno portato alla repressione dei rom».
La replica del Viminale non si è fatta attendere ed è tutta in una nota nella quale si precisa che «la decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con modalità informatiche nei riguardi di cittadini stranieri» è stata presa anche «sulla base del regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008», che prevede «l'obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi (per i permessi di soggiorno) a partire dall'età di 6 anni».
Ma un conto è la schedatura coatta e indiscriminata di un qualunque minore e un altro è la richiesta dei suoi dati personali, con relative impronte e foto, per la richiesta del permesso di soggiorno. L'Europa resta comunque cauta: «Si tratta solo di un annuncio e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto giuridico dello Stato membro». Ma l'atto giuridico già ci sarebbe. Ed è nero su bianco nell'ordinanza n. 3676 firmata dal premier Berlusconi nel consiglio dei ministri dello scorso 30 maggio. Tra i compiti dei prefetti di Roma, Milano e Napoli nominati commissari straordinari all'emergenza dei campi nomadi, c'è anche quello, si legge, dell'«identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei campi nomadi attraverso rilievi segnaletici». Ed è su queste due ultime parole che si gioca la partita. Perché i «rilievi segnaletici» possono dare adito a numerose interpretazioni. Che vanno dalla semplice registrazione dei dati - nome, cognome e cittadinanza di tutti gli abitanti del campo nomade - fino alle fotosegnaletiche e ai rilievi dattiloscopici (le impronte digitali) e perfino, quando sarà attiva la banca dati del dna inserita nel «pacchetto sicurezza», alla rilevazione del codice genetico. Sarà dunque discrezione dei prefetti-commissari, usare gli strumenti che ritengono più opportuni.
A Roma, ad esempio, il prefetto Carlo Mosca proprio ieri si è detto contrario all'utilizzo delle impronte. «Nell'opera di censimento che andremo a effettuare non prenderemo impronte ai bambini», ha assicurato durante un incontro con gli studenti universitari di Roma Tre. «Il lavoro che intendo portare avanti come Commissario straordinario - ha proseguito - prevede uno studio attento e qualificato della situazione dei senza territorio presenti in città che va dalla presa di contatto con i rappresentanti delle comunità Rom al dialogo con le associazioni che ci sono nei singoli territori».
Strada diametralmente opposta verrà intrapresa dal suo collega di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi che oltre a sposare in pieno la proposta Maroni, rilancia. «Nessuna novità - dice - questa delle impronte, le norme già in vigore consentono il fotosegnalamento per chi non riesce a dimostrare la propria identità, siano anche minori». Il prefetto fa riferimento, citandola, alla legge 633 del 22 aprile 1941 che prevede, per chi non è in grado di dimostrare la propria identità, la fotosegnalazione. Legge di stampo fascista che riguarda soprattutto le censure e i diritti d'autore di riproduzioni fotografiche, poi servita anche per integrare in questo campo il famigerato Codice Rocco. E usata soprattutto per schedare categorie di persone mal digerite al regime come appunto i rom, gli ebrei e gli oppositori politici.
A Napoli si è invece scelta una terza via: sì alle impronte e alle fotosegnaletiche ai minori ma solo a chi ha più di 14 anni. E' infatti con queste modalità, secondo fonti ufficiose, che sarebbe già partito da una settimana il «censimento» dei campi nomadi partenopei, coordinati dal prefetto Alessandro Pansa insieme alla Croce rossa.

(Stefano Milani)

Prendere le impronte a un solo gruppo etnico «non è compatibile» con le norme comunitarie. Lo ha affermato ieri Pietro Petrucci, portavoce della Commissione europea. Prima di sospirare questo tanto atteso «non», il portavoce ne aveva usato un altro: «La Commissione non commenta gli annunci dei ministri». «Noi - precisava Petrucci - parliamo solo quando siamo di fronte ad un fatto concreto, a un atto giuridico di uno Stato membro». Quel «non compatibile» era legato ad una valutazione d'insieme sulla possibilità in Europa di prendere delle impronte a cittadini comunitari appartenenti a una minoranza etnica. L'annuncio, sacrosanto, arriva a mezzogiorno, subito iniziano a montare le pressioni da Roma e passate quattro ore Michele Cercone, portavoce del commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza Jacques Barrot, prova a ricondurre l'Europa su una posizione di neutralità: «La Commissione europea - dice Cercone - non ha espresso alcun giudizio né commentato in alcun modo l'annuncio di possibili misure fatto dal ministro degli Interni, Maroni». Parleremo, insiste Cercone, «se e quando l'Italia introdurrà misure concrete». Una precisazione che non cambia la sostanza, ma dimostra tutta la debolezza della Commissione e tutta la forza di Berlusconi. Il 19 giugno il Cavaliere, partendo per il Consiglio europeo di Bruxelles, aveva affermato che «non è dovere dei commissari europei parlare». Barroso era andato su tutte le furie, difendendo il diritto alla favella per lui ed i suoi commissari. Ieri si è visto invece che né i commissari e tantomeno i loro portavoce posso parlare, in sostanza che il messaggio di Berlusconi è passato alla grande. E non è forse un caso che le esternazioni del capo del governo fossero arrivate dopo che Barrot aveva «bocciato» l'aggravante per i clandestini, considerandola discriminatoria (per poi rimangiarsi quanto affermato).


7 luglio 2008

G8 a rischio ambientale

 

La Commissione europea vuol vederci chiaro sul G8 in programma per la prossima estate a La Maddalena. L'organismo europeo ha aperto una procedura d'infrazione nei confronti del governo italiano, inviando a Palazzo Chigi una lettera in cui si chiedono chiarimenti sulle analisi di impatto ambientale dei lavori previsti per rendere possibile lo svolgimento del summit. Lavori che prevedono la ristrutturazione di buona parte del patrimonio immobiliare della Marina militare italiana e la costruzione di nuovi alberghi. Spazi per ospitare le riunioni e per alloggiare delegati, giornalisti, poliziotti e carabinieri. La Maddalena e il suo arcipelago sono sede di un parco nazionale, che in teoria servirebbe a tutelare un ambiente paesaggisticamente straordinario e naturalisticamente unico. In teoria, perché nei fatti il parco vive di vita grama, con pochissimi fondi e privo di un controllo effettivo sul territorio. Con il G8 si corre il rischio che arrivi il colpo di grazia. Più che ovvia la reazione dei movimenti ecologisti.
E infatti, la Commissione europea ha aperto il procedimento di infrazione in risposta ad un ricorso presentato alla Direzione generale ambiente dalle associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico. Il testo del ricorso fa riferimento al decreto del Consiglio dei ministri dello scorso anno con il quale si concedono al commissario per la protezione civile Guido Bertolaso poteri straordinari per attuare gli interventi di preparazione del vertice, affidando i lavori di ristrutturazione o di costruzione di nuovi edifici senza che prima sia stata completata la procedura, obbligatoria secondo le norme europee, di impatto ambientale. Il tutto aggravato dal fatto che il parco de La Maddalena è riconosciuto da Bruxelles come area protetta di interesse comunitario. Ma non è tutto: un altro ricorso è stato presentato alla Direzione generale mercato interno della Ue, che viene sollecitata dagli Amici della Terra e dal Gruppo di intervento giuridico a verificare la legittimità delle decisioni che il governo Prodi ha preso, sempre nel decreto sul G8, in deroga alle normative europee in materia di appalti. Anche nella scelta delle imprese che devono fare i lavori, infatti, a Bertolaso sono riconosciuti poteri discrezionali molto ampi, in contrasto, secondo le due associazioni che firmano il ricorso, con le norme Ue.


7 luglio 2008

Uribe all'italiana

 

L'Italia come la Colombia, si è detto recentemente. Ma è vero anche il contrario. Più che dalle Farc, costrette a ripiegare nella selva per l'asimettricità della guerra in atto, e da un'opposizione ancora debole (ma in Colombia per lo meno visibile), Alvaro Uribe, al pari del suo omologo Silvio Berlusconi, deve difendersi dalla magistratura. O meglio dalla Corte suprema di giustizia, che, giovedi scorso, ha condannato a 4 anni di carcere l'ex parlamentare Yidis Medina, colpevole di avere venduto il suo voto nella Commissione parlamentare che, riformando la Costituzione, permise la rielezione di Uribe nel 2006. Secondo la sua confessione, ad offrirle soldi e favori fu, tra gli altri, l'ex ministro degli interni e attuale ambasciatore a Roma, Sabas de Pretelt.
«Il delitto non può generare nessun tipo di legittimazione costituzionale o legale»: è stata la frase della sentenza della Corte suprema che ha mandato su tutte le furie Uribe. Tempo quattro ore e il presidente ha ordinato d'interrompere, quasi a mezzanotte, la normale programmazione radiofonica e televisiva, per annunciare l'intenzione di indire al più presto un referendum sulla necessità di ripetere le elezioni del 2006. Mettendo in dubbio la legittimità della sua presidenza, i magistrati avrebbero applicato «una giustizia selettiva» e «abusato del loro potere».
Il presidente non ha mai avuto rapporti idilliaci soprattutto con la Corte Suprema. Solo tre mesi fa la attaccò pubblicamente in seguito alle critiche ricevute per l'estradizione negli Stati uniti del gotha del paramilitarismo, fatta per allontanare degli scomodi testimoni. Erano stati infatti Salvatore Mancuso, don Berna e gli altri capi delle Autodefensas a minare ulteriormente la credibilità del sistema politico colombiano, ricordando il loro ruolo di finanziatori e grandi elettori dei congressisti filo-Uribe (dei quali circa una settantina sono in carcere o incriminati per paramilitarismo).
«Falsità», «sporchi ricatti», «parole di delinquenti che non possono infangare delle persone rispettabili», si era detto e scritto allora. Accuse che non potevano certo essere ripetute contro la Corte suprema. E così Uribe ha scelto di risolvere la crisi tentando il tutto per tutto e sperando di materializzare nelle urne l'enorme consenso attribuitogli, dal giorno del suo insediamento a Palacio Nariño, dai suoi sondaggisti di fiducia. Proponendosi quindi di mettere, a furor di popolo, il bavaglio alla magistratura e magari anche di garantirsi la presidenza al di là della naturale scadenza del 2010. «Uribe vuole inaugurare una dittatura populista», ha dichiarato preoccupato il presidente del Polo Democratico Alternativo, Carlos Gaviria, che si candidò contro Uribe nel 2006. «Invece del referendum, Uribe dovrebbe agire per recuperare la governabilità del paese, con un parlamento falcidiato dalla parapolitica e la giustizia sotto pressione», ha detto l'ex presidente liberale Ernesto Samper.
Nell'attesa che si realizzi il referendum da sfida all'OK Corral, Uribe ha chiesto al neo ministro degli Interni Fabio Valencia Cossio (ex ambasciatore a Roma, anche lui) di mettere a punto una riforma della giustizia. Guarda caso, proprio come sta adesso succedendo in Italia.


7 luglio 2008

La Spitzner e le piante sudafricane

 

Le grandi aziende che producono farmaci sono sempre più preoccupate di dimostrare che anche loro nel loro piccolo, contribuiscono alla conservazione dell'ambiente e a preservare la biodiversità del pianeta. La chiamano «Responsabilità sociale dell'impresa», ma sono parole che nella realtà si tramutano in fatti ben diversi. Le principali aziende della biochimica, infatti, non solo tentano di impedire l'approvazione di normative di controllo più severe riguardo l'utilizzo di organismi geneticamente modificati, ma pur di beneficiare economicamente delle conoscenze tradizionali dei paesi più poveri, ignorano del tutto quelle già vigenti sulla proprietà intellettuale. Come nel caso dell'umckaloabo (nome scientifico pelargonium sidoides), lo splendido geranio rosso sudafricano che da secoli le popolazioni dell'Africa australe utilizzano per curare malattie respiratorie. In Germania però, i laboratori della Spitzner (a Esslingen vicino Stoccarda), sono riusciti a farsi riconoscere la proprietà intellettuale di alcune componenti della pianta che, grazie all'applicazioni di biotecnolgoie, hanno isolato e utilizzato per la produzione di un farmaco destinato al trattamento di bronchiti ed altre malattie dell'apparato respiratorio e tollerato anche da soggetti affetti da Aids.
Secondo l'azienda farmaceutica tedesca non c'è dolo, perchè le applicazioni mediche dell'umckaloabo in Europa si conoscono almeno da sessanta anni. Ma il governo sudafricano, insieme all'African Biosafety Centre (Abc, Centro africano per la biodiversità di Johannesburg) e la ong svizzera «Dichiarazione di Berna» (con sedi a Zurigo e Losanna), hanno denunciato all'Ufficio europeo dei brevetti l'illegittimità del certificato di proprietà intellettuale rilasciato alla Spitzner, perché questa bellissima pianta è una risorsa conosciuta e usata da sempre in Africa australe. Per l'avvocato Fritz Doeldner, che rappresenta il governo del Sudafrica, l'Abc e la ong elvetica nella contestazione presentata all'Ufficio europeo dei brevetti, non c'è nulla di nuovo né di innovativo nei metodi usati dalla Spitzner nell'estrazione di principi attivi del umckaloabo per finalità farmacologiche.
La moderna paleoantropologia considera proprio il Sudafrica la culla dell'umanità e, probabilmente, è dai tempi degli antichi boscimani che le comunità africane utilizzano questa pianta per curarsi. Adesso, invece, se un'industria farmaceutica africana volesse produrre in patria un medicamento estratto dall'umckaloabo, deve pagare le royalties alla Spitzner che rivendica la proprietà per l'applicazione della biotecnologia impiegata per trasformare i principi attivi della pianta in farmaco. Riguardo poi al «consenso previo informato» per l'uso commerciale di una determinata risorsa naturale - cui si fa riferimento nella Convenzione dell'Onu sulla biodiversità - Doeldner ha denunciato che la Spitzner viola il paragrafo 5 dell'articolo 15 della Convenzione stessa che testualmente recita: «L'accesso alle risorse genetiche sarà soggetto al consenso preventivo, concesso in cognizione di causa della Parte contraente che fornisce tali risorse». Ma l'azienda farmaceutica tedesca oltre a non avere informato il governo sudafricano dell'utilizzo di questa sua risorsa, nega persino che il consenso sia necessario per la commercializzazione internazionale dell' umckaloabo, pianta che tra l'altro quattro anni fa Lesotho ha inserito nell'elenco delle varietà in pericolo di estinzione.

(Marina Zenobio)

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